Un’infanzia difficile riduce il volume del cervello?

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Chi ha vissuto forme di abbandono, privazione, sperimenta una riduzione del volume cerebrale, soprattutto se ciò è avvenuto in infanzia. Conseguenze che si ripercuoto sulla vita adulta, senza che la neuroplasticità riesca a sanare qualcosa. Ciò è quel che è emerso da uno studio basato sulle scansioni cerebrali di decine di “orfani di Ceauşescu”, giovani adulti che trascorsero la prima parte dell’infanzia negli orfanotrofi sovraffollati e fatiscenti della Romania durante il regime comunista di Nicolae Ceauşescu. La ricerca è stata pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences.

La Romania è stata il campione ideale di questa ricerca perché nel 1966 Ceaușescu proibì l’aborto per le donne al di sotto dei 42 anni già madri di meno di quattro figli. Evitare figli venne a significare diserzione. Chiunque fosse senza prole fu condannato a pagare una tassa. La diffusione dell’AIDS crebbe esponenzialmente, così come il numero dei bambini non riconosciuti e abbandonati negli orfanotrofi. Le condizioni di queste strutture, con luce e riscaldamento intermittenti, malattie non curate, scarsità di cibo e bisogni emozionali semplicemente ignorati, emersero solo alla caduta del regime. Secondo le stime, alla caduta del regime, furono 100mila i bambini costretti a trascorrere mesi o anni in queste condizioni. Studi precedenti si erano concentrati sulle loro difficoltà cognitive (in parte superate con l’età adulta) come sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), ansia e depressione. Un gruppo di scienziati del King’s College London ha ora analizzato le scansioni cerebrali di 67 orfani della Romania di allora adottati da famiglie britanniche dopo aver trascorso dai 3 ai 41 mesi in gravi condizioni di abbandono e privazione dei diritti fondamentali nelle strutture descritte.

Gli esami relativi all’imaging cerebrale dei ragazzi di età compresa tra i 23 e i 28 anni sono stati confrontati con quelli di 21 coetanei adottati all’interno del Regno Unito entro i sei mesi di età. I giovani del primo gruppo mostravano un volume cerebrale dell’8,6% inferiore rispetto a quelli del secondo gruppo. Ogni mese in più trascorso in condizioni di deprivazione estrema era collegato a una riduzione ulteriore di volume cerebrale di 3 cm cubi, un fenomeno che potrebbe spiegare parte dei disturbi cognitivi riscontrati negli studi passati.Il dato forse più sorprendente è la durata di questo fenomeno nel tempo, nonostante le cure e le attenzioni ricevute dalle famiglie adottive: un fatto che mostra i limiti della neuroplasticità, che pure è particolarmente spiccata in età giovanile, nonché l’importanza che il contesto di crescita ricopre per i bambini. Oltre alla riduzione generale del volume del cervello, primo e secondo gruppo hanno mostrato differenze strutturali in tre regioni cerebrali, collegate all’organizzazione, alla motivazione e all’integrazione tra informazioni e memoria. Il team è inoltre rimasto sorpreso di non aver trovato differenze sostanziali nell’amigdala, una struttura coinvolta nell’elaborazione delle emozioni.

Anche se lo studio non può provare con certezza che la deprivazione dei bisogni fondamentali durante l’infanzia porti a una riduzione del volume cerebrale, ciò è comunque assai probabile: meccanismi come l’assenza di esperienze fondamentali per lo sviluppo cerebrale o lo stress cronico potrebbero in parte spiegare questa correlazione. Altri fattori come la genetica, lo sviluppo durante la gravidanza, o la sola malnutrizione non bastano invece a dare ragione del fenomeno.

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